Baluardo contro ogni tirannia: ecco perché c’è un 25 aprile dell’avvocatura

Autore: Umberto Fantigrossi

Al piano terra del Palazzo di Giustizia di Milano c’è un cippo che riporta i nomi degli avvocati eroi della Resistenza, con la scritta: “O fratelli da tirannia domestica e straniera perseguitati e uccisi, Voi ammonite i presenti e i futuri che Diritto è Libertà”.

Nell’atrio del Tribunale di Piacenza una targa ricorda 18 avvocati partigiani con questa dedica: “Chi sale queste scale chiedendo giustizia rallenti il passo e rivolga un grato pensiero agli avvocati partigiani piacentini che combatterono alcuni anche al prezzo del supremo sacrificio per restituire all’Italia Libertà e Giustizia”.

Uno di questi, Francesco Daveri, catturato dai tedeschi a Milano  mentre operava a favore della resistenza e dei servizi segreti inglesi e deceduto il 13 aprile 1945 campo di sterminio di Gusen presso Mauthausen così aveva parlato della sua professione di avvocato: “A me manca l’incentivo del facile guadagno, del far denaro: sicché riuscii nella professione, nel senso che mi creai da solo, senza aiuto di consorterie, una vasta rete di clientela o meglio di amicizie…”. “Non ho mai aiutato e difeso il ricco e il possidente con la passione che mettevo nel difendere il povero e il debole”. 

L’apporto dell’avvocatura alla lotta partigiana è stato significativo in tante altre città, come attesta l’elenco di oltre duecento avvocati compilato nel 2014 dalla commissione per la storia dell’avvocatura del Consiglio Nazionale Forense. Le ragioni di questo impegno le si colgono in molte pagine di Piero Calamandrei, di cui quest’anno celebriamo il settantesimo anniversario della sua morte e in particolare in un discorso pronunciato a Ferrara nel 1950 in cui ci ha ricordato che l’avvocatura è stata in tutti i tempi la naturale e temuta avversaria di tutte le tirannie e che per questo non poteva non essere la fiera nemica, sospettata e ricambiata d’odio, dal fascismo. Nei primi tempi del fascismo, ci ha ricordato Calamandrei, gli squadristi partivano tripudianti per andare a incendiare camere del lavoro e studi legali, tornando alla sera sventolando come trofei bandiere rosse e residui abbruciacchiati di carte bollate.  Poiché lo scorrere degli anni e il susseguirsi degli anniversari accresce il rischio dell’oblio e della perdita di significati, bisogna chiedersi se ancora oggi l’avvocatura possa svolgere un ruolo altrettanto attivo ed importante di fronte allo scenario attuale in cui libertà, democrazia e diritto non sono i valori che dominano nel mondo. In particolare la crisi della diritto è acuta anche nella nostra Europa e nel nostro paese, per tante concomitanti ragioni e come è reso manifesto dalle troppo acute contrapposizioni tra gli operatori. La memoria della stagione della resistenza e del radicale rinnovamento delle nostre istituzioni democratiche che si è manifestato con il varo della Costituzione del 1948 e del ruolo centrale svolto dagli avvocati in quelle battaglie può ispirare un rinnovato impegno, ad alcune condizioni. La prima è che si comprenda l’importanza dell’unità d’intenti con la magistratura, perché, per usare ancora le parole di Calamandrei, siamo fratelli nella resistenza all’ingiustizia e condividiamo lo stesso sentimento della legalità e della ragione. Se poi scendiamo, come è doveroso, dal piano dei valori a quello della concretezza dei problemi del servizio giustizia, è indiscutibile che solo chi quotidianamente lo fa operare può individuare non con spirito di rivalsa ma per il superiore interesse dei cittadini le misure organizzative che più di ogni altra riforma di sistema è in grado di migliorarne l’efficienza. 

La seconda condizione è che tutti abbiano la consapevolezza che il valore collettivo e sociale dell’avvocato sta nella sua libertà, unica condizione affinché possa svolgere il suo mandato difensivo nell’esclusivo interesse della persona che a lui, con fiducia, si rivolge. Condizione che è alla base dell’impegno che si assume con il giuramento che l’art. 8 della legge forense impone: “consapevole della dignità della professione forense e della sua funzione sociale, mi impegno ad osservare con lealtà, onore e diligenza i doveri della professione di avvocato per i fini della giustizia e a tutela dell’assistito nelle forme e secondo i principi del nostro ordinamento”.

Ovviamente i fini della giustizia possono non essere ed anzi spesso non sono quelli dei governanti di turno e quindi mai e poi mai si può chiedere all’avvocato di servire contemporaneamente gli interessi del proprio assistito affinché ottenga giustizia e quelli di un terzo, sia esso chi detiene il potere politico o un potere economico e questa condizione di indipendenza e di assenza assoluta di conflitti di interesse deve essere assicurata non solo nei processi ma anche nei procedimenti amministrativi e nell’attività di assistenza stragiudiziale.

L’avvocatura quindi per essere sempre all’altezza del suo ruolo e della sua tradizione deve guardarsi dal pericolo di dimenticare la sua dimensione etica e di trasformarsi in un servizio economico mirato al solo profitto.

> Quotidiano IL DUBBIO del 25 aprile 2026
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